– Sì, ma che c’entra uno con l’altro?
– Sono due referendum.
– Vabbé, ma mica basta dire che sono due referendum per confrontarli e poi si dice referenda, semmai.
– Entrambi pongono al centro la questione dell’identità del proprio paese, rispetto a sé e rispetto agli altri.
– Un poco troppo generico non trovi?
– No, non capita spesso. E’ piuttosto raro.
– Sì, ma cosa c’entra il Regno Unito con l’Italia? Sono due paesi completamente diversi.
– Non così tanto per peso demografico, politico ed economico. E poi fanno entrambi parte di un continente in cui soffiano venti che ignorano i confini…
Ad alcuni non basterà. Ma tant’é. Confrontare queste due votazioni nasce da un’intuizione: ci sarebbero infatti un fil rouge politico che lega la riforma Renzi-Boschi alla Brexit.
– Ma è pura propaganda quella che fai! Altro che intuizione! Come a dire: il voto a favore della Brexit ha qualcosa in comune con il no al referendum e se avete trovato assurdo e pericolosissimo il primo evitate il secondo.
– Ma guarda che vale anche il contrario: se hai trovato giusto il voto contro l’Unione europea, potresti trovare altrettanto giusto il no al referendum, così per lo meno la pensa Salvini.
Da dove partiamo allora? Il 22 ottobre scorso Massimo D’Alema dixit.
E’ un po’ come in occasione della Brexit. Quando i giovani votarono per l’Europa e gli anziani votarono contro. Sono gli anziani che non si rendono conto che, approvando questa riforma renziana, si rovina la vita dei loro nipoti. E io spero che i nipoti facciano in tempo a farglielo capire”.
Punto primo. I giovani britannici votarono infatti in larga parte per rimanere nell’Unione; i giovani italiani voterebbero infine prevalentemente contro la riforma.
– Scusa, ma questo dimostra che l’elettorato pro Brexit è vecchio, come quello che sostiene la riforma?
– Esatto. Vedremo però il 5 dicembre, analisi alla mano piu’ nel dettaglio. Perché bisogna stare attenti a quando si dice giovani e all’affluenza…
– Cioè?
– Diciamo che il 5 dicembre dovremmo tenere presente questo grafico e lo confronteremo, ma soprattutto dovremmo vedere la percentuale di giovani che si sono recati alle urne. Non basterà infatti dire che l’x per cento dei votanti giovani hanno preferito y, ma sarà fondamentale capire l’astensione giovanile.

Punto secondo. Il livello scolastico. Più l’elettore o l’elettrice ha un grado di educazione scolastica elevato e più ha votato per rimanere in Europa. E come si sta comportando questa particolare fetta della popolazione di fronte al referendum costituzionale? Secondo l’Atlante politico di Ilvo Diamanti più cresce il livello di istruzione e più si tende a votare no.

Punto terzo. L’effetto anti-establishment. Per molti sostenitori della Brexit Bruxelles rappresentava l’élite, i burocrati, i politicanti. Poi c’erano i conservatori di David Cameron, i liberali, i laburisti (almeno ufficialmente), tutti contro la Brexit, a rafforzare questa impressione. Lo schema era dunque chiaro. Chi sedeva da tempo nella stanza dei bottoni voleva rimanere in Europa, chi non vi era nemmeno mai entrato era contro (vedi l’Ukip, il partito che più di ogni altro ha sostenuto l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e che, malgrado i consensi, poteva contare su un solo seggio al parlamento britannico).
In Italia, la presenza del Movimento 5 Stelle tra i sostenitori del no spinge a far pensare che il fronte anti-riforma incarni quello anti-establishment.
Contro la casta si è schierata però anche la Lega e Matteo Salvini, anch’egli per il no. Lui non è tuttavia un volto nuovo: eurodeputato nel 2004, poi deputato alla Camera nel 2008 e oggi di nuovo parlamentare europeo. Da 12 anni, insomma, Salvini siede ai massimi livelli e ora è segretario di un partito che sta sulla scena dalla fine degli anni 80 e che ha partecipato a due governi Berlusconi. Ci sono poi vecchie conoscenze della politica italiana, della cosiddetta prima repubblica che si schierano apertamente per il no. Anti establishment lo fu anche (e in parte lo è tuttora) Silvio Berlusconi, ufficialmente per il no.
A dire poi il vero Matteo Renzi governa dal 22 febbraio 2014, cioè da 2 anni e 9 mesi circa. Prima era noto come “il rottamatore”, un anti-establishment per definizione, soprattutto all’interno del proprio partito; a zavorrare la sua vena anti-casta non ci sono però solo questi due anni di governo, ma anche non pochi suoi compagni di strada a partire da Giorgio Napolitano; per non parlare delle grandi centrali dell’economia come Confindustria.
In conclusione, se da un lato in Gran Bretagna i due schieramenti erano più chiari. Pro e anti establishment si sono quindi suddivisi in pro e anti Europa, in Italia la cosa è un po’ più complicata.
E’ curioso notare, a questo punto, che nel caso della Brexit i due maggiori partiti (fra cui i Tories, dapprima promotore del referendum e poi sostenitore della causa del “Remain”) hanno visto il proprio elettorato tradire le indicazioni se non addirittura disertare le urne.

Quasi il 60% dei conservatori ha infatti tradito le indicazioni di voto. Il partito tradizionalmente più filoeuropeista, ovvero il Labour, ha sostenuto la causa della Brexit con il quasi 40% dei propri simpatizzanti. Persino gli elettori del partito nazionale scozzese, noto per le sue posizioni contro Londra e pro Bruxelles, ha votato al 36% per la Brexit. Verdi e liberali sono gli unici ad attestarsi su percentuali in sintonia con la propria linea politica (anche se va detto, il 25% e il 30% dei contrari alla linea del partito non sono percentuali irrisorie).
Ora se guardiamo gli ultimi sondaggi dello stesso tipo ma sulla questione referendaria, almeno per ora, si nota un fenomeno simile, con l’eccezione dei principali partiti schierati pro o contro.

Ad esclusione di PD, M5S e Lega, tutti gli altri partiti rischiano di avere spaccature più o meno evidenti fra i propri simpatizzanti. Da un lato la linea del partito, dall’altro quello che voterano i sostenitori del partito.
La sinistra? Qui, un paragone con la Brexit risulta più facile. La timidezza con cui il segretario Labour ha appoggiato l’adesione all’Unione europea va di pari passo con l’emoraggia dei voti laburisti verso la Brexit. Più esplicito, e forse non meno cospicuo è invece il numero di elettori di sinistra italiani che voterano contro la riforma.
Punto quarto. Città e campagna. Un classico. A favore della Brexit la campagna, contro le città. Sembra avvenga la stessa cosa in Italia. Con le città più riformatrici e la campagna più conservatrice. Vedremo.
Punto quinto. Sovranisti vs internazionalisti. Nuovi termini che però definiscono un fenomeno che esiste da mo’. Chi interpreta chi? Nel Regno Unito è facile capirlo. In Italia anche. I primi stanno nella maggior parte nel campo del no (M5S e Lega soprattutto), i secondi nel campo del sì (PD).
Appunti questi che vedremo di ripescare a urne chiuse e analisi dei flussi effettuati. Poi se volete ne riparliamo.