Dal dopo Trump in poi alcuni parlano di bolle, altri di camere d’eco. Google e Facebook sono stati accusati proprio di questo. Di aver agevolato un candidato o l’altro durante le presidenziali americane, creando ambienti a compartimenti stagni impedendo così la libera circolazione di opinioni diverse e di fatti incontrovertibili.
E’ un problema serio. Più in generale ha a che fare con gli algoritmi utilizzati per restituire i risultati di una ricerca. Google era stato accusato anni fa della stessa cosa senza in quel caso alcun riferimento a un’elezione.
Come funzionano le camere d’eco?
Venendo a noi, a questi giorni di referendum, chi produce elementi riconducibili a una delle due parti, al sì o al no, subisce probabilmente lo stesso destino di chi, visitando un sito di acquisti, dopo pochi minuti si vede comparire le pubblicità di prodotti simili a quelli appena consultati quando naviga su altri siti. Il meccanisco è relativamente semplice: la nostra navigazione è tracciata. I grandi colossi conoscono dove andiamo, cosa visitiamo, quando e per quanto tempo. I dati così raccolti vengono elaborati e contribuiscono a creare un nostro profilo commerciale sulla base del quale altri servizi degli stessi colossi sfruttano e tengono in considerazione al fine di rifilarci questa o quella promozione. Il punto centrale è che possiedono un nostro profilo, basato sui nostri gusti, le nostre scelte, il nostro comportamento online ed evitano quindi di suggerirci incontri sgraditi.
Il marketing c’entra fino a certo punto. Serve per elaborare schemi, regole, obiettivi, ma in realtà questo tipo di meccanismo segue un comportamento presente anche nella vita reale. Quello di chi cerca conferme, validazioni delle proprie scelte, e molto più rararamente il confronto con idee diverse, contrarie alle proprie, che potrebbero rimettere in discussione le nostre cosiddette certezze. Se lo facciamo nella vita reale, quindi, non vedo perché i programmatori dovrebbero elaborare uno schema diverso in quella virtuale. Se infatti ci accorgessimo che il contesto in cui navigiamo è poco familiare o addirittura ostile ci porremmo qualche domanda o comunque saremmo spinti ad abbanondare la navigazione e a cercare altro altrove. Cosa che i promotori di servizi online evitano accuratamente che succeda. Al contrario non ci poniamo (purtroppo) domande quando invece il contesto ci è familiare, quando – abusando di un termine pedagogico – ci trovaimo nella nostra “zona di prossimità ottimale”.
Il problema è che quello online è un contesto artificiale, cioè ricostruito da altri, e non di un contesto naturale. E’ pianificato alle nostre spalle secondo algoritmi comportamentali suscettibili ogni giorno di modifche e soprattutto di manipolazioni. E questo pone delle domande: con quali intenzioni? Con che scopo? Fino a che punto? Cosa viene taciuto? Cosa invece viene messo in primo piano e perché? Il dubbio è che queste camere d’eco riducano gli attriti, i conflitti, le differenze, e quindi facciano del nostro profilo (per quanto ad ogni navigazione rinnovato e aggiornato) la nostra identità compiuta. Ciò che siamo online, allora, diventa un alter ego alla nostra reale identità. E alla fine abbiamo a che fare con due o più “io” che si sovrappongono alterandosi vicendevolmente.
Le camere d’eco, vaso delle post-verità
Insieme al concetto di “camere d’eco”, infatti, è recentemente balzato alle cronache anche quello di “post-verità” ossia la circostanza in cui i fatti oggettivi contano meno dei fattori emotivi nel formare le opinioni. Detto in altri termini: dove la narrativa batte i fatti. E lo si fa inanellando menzogne con un certa, apparente, logica; ripetendo imprecisazioni al ritmo di mantra indiscutibili, adottando il buon senso comune come punto a capo di ogni discussione,
sostenendo il tutto con una retorica più o meno convincente. A questo gioco si prestano talvolta anche alcuni giornali non solo le migliaia di blogger, o gli utenti facebook, i commentatori, webeti o napalm51 che dir si voglia (che a dire il vero possono al limite farlo non avendo un ruolo da intermediari riconsociuto come i giornalisti). Paradossalmente uno dei giornali che lo fa più spesso è proprio “Il Fatto”, parola magica che spesso tradisce invece una propaganda narrativa: il racconto di una società allo specchio con le proprie mezze verità che grida in piazza “Vogliamo Barabba”.
Esempi:
- Dire che il presidente del consiglio, Matteo Renzi, non è legittimato perché non è passato da elezioni, insomma, perché nessuno lo ha eletto, è una menzogna. Ma ormai sembra essere diventata una verità incontrovertibile, che rimbalza dal Web agli studi televisivi fin sui giornali. Ma. L’Italia è una Repubblica parlamentare. Il presidente del consiglio è legittimo se il presidente lo nomina e il parlamento gli/le conferisce una maggioranza. Il fatto che (solo negli ultimi 10 anni) partiti o coalizioni abbiano indicato il loro presidente del consiglio in pectore durante la campagna elettorale non significa che l’Italia abbia adottato il premierato. Il fatto che Renzi non sia un parlamentare ma possa diventare premier, anche questo è previsto. Da qui a dire che l’attuale presidente del consiglio è illegittimo, quindi, ne passa.
- Dire che il Senato non sarà più una camera elettiva è una mezza verità. Anche in questo caso sembra una convinzione diffusissima. Il Senato, invece, continuerà ad essere eletto dai cittadini. La riforma rinvia infatti a una legge successiva (che potrà essere discussa e approvata solo dopo la vittoria del Sì, necessaria perché la riforma sia efficace) in base alla quale i senatori saranno eletti dai consigli regionali, ma “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”. Questo significa che la rosa dei candidati sarà determinata dal voto degli elettori e, all’interno di questa rosa scelta dagli elettori, i consigli regionali eleggeranno i loro. Questa elezione di secondo grado non è appunto un’elezione diretta. Ma per molti questo sembra sufficiente per dire che il Senato non sarà eletto dai cittadini, che addirittura si tratterebbe di una sottrazione di diritti e di democrazia. Chi ha scritto il testo lo spiega così.
- La riforma cambia un terzo della Costituzione. Un’imprecisione propagandistica. Gli articoli modificati sono in realtà una ventina e non 48 come si tende a leggere in giro. Il restante sono articoli che cambiano formalmente per via delle modifiche adottate in quella ventina di articoli di cui sopra.
Solo per fare qualche esempio.
Lotta alle élite, la comparsa di un corpo intermediato
Imprecisioni, semiverità o menzogne alla base delle bufale e controbufale che vanno tanto di moda online (e purtroppo anche su alcune trasmissioni o testate giornalistiche). Che spingono gli uni e gli altri, fautori di una o dell’altra parte, a rincorrersi, a correggeresi vicendevolamente, alimentando di fatto una narrazione che confonde, esaspera e disorienta.
L’indebolimento infine dei corpi intermedi deputati a fissare i punti cardine di un discorso lineare come i giornali, i giornalisti o i commentatori sta facendo il resto.
Riassumendo: da quando il nostro comportamento online è riconducibile a un preciso profilo pubblico-privato custodito dai social media, il Web si è venuto articolandosi in camere d’eco più o meno grandi o più o meno profonde, sempre più omogenee e sempre meno pemeabili. La marginalizzazione delle classiche mediazioni e la nascita di nuove forme di disintermediazione hanno permesso poi e tuttora permettono la costruzione di una narrativa à la carte. Dove le imprecisioni, finanche le bugie, si sommano una all’altra auto-inverandosi, fino ad assumere il peso di una valanga emotiva che tutto travolge, confonde, e riformula. Trasformando menzogne in verità leofilizzate per la lattante opinione pubblica.
to be continued