Caro Silvio

Sono appena tornato dall’ospedale, tutto bene. In camera però sono riuscito a vedere la tua comparsata a Porta a Porta. Silvio, non mi sembravi tu. Cosa ti è successo? Sembrava stessi recitando la parte di un altro.

Ma ti rendi conto che hai parlato di “deriva autoritaria”? Che questa riforma è un centesimo meno autoritaria di quella che proponevi tu? Per anni ti sei lamentato che il presidente del consiglio non ha poteri? Che non può fare nulla e adesso che si rafforza la manovra dell’esecutivo fai spallucce? Ma credi davvero di poter ritornare in pista in questo modo? Ti sapevo l’uomo dei fuochi d’artificio, ma così potrai a malapena accendere un cero, il 5 dicembre, sperando che qualcuno si ricordi di te da lì in poi…

E poi sta storia che le tue aziende votano sì, ma in realtà vorrebbero votare no, che poi nel segreto dell’urna sappiamo entrambi che votano quel cazzo che pare a loro. Sappiamo poi che votano “sì” perché hanno paura di ritorsioni…. ma credi davvero che vinca il sì? Piuttosto tu voti “no” o dici di farlo per  salvare le aziende! Visto che sembra vinca il no.

Silvio, non ti facevo così.

Comunque senti… ancora mi fa male un po’ la testa.. quindi stammi bene… e riguardati..

Saluti
Luca

Caro Silvio

Ti scrivo perché non più tardi di qualche giorno fa ho avuto un’epifania. Sta a vedere – mi son detto – che a pochi giorni dal 4 dicembre, Silvio se ne esce fuori con uno dei suoi coup de théâtre e a reti unificate spiazza tutti e dice che voterà sì. Sta a vedere.

Che poi basta dire che sei stato costretto a farlo per impedire ai populisti di rovinare l’Italia. E’ funzionato coi comunisti, ricordi?

Mi son detto, epperò, mica male. Non ci avevo pensato: così Silvio esce fuori dal letargo col botto, azzera ogni pretesa sul centro destra, e smerda i colonnelli in Forza Italia. Se poi gli va bene si prende anche la titolarità della riforma, lui, il quasi cofirmatario del testo che per un Mattarella qualsiasi si è messo nelle mani di Brunetta e non sa come dirgli che basta, si levi dai coglioni.

Pensa un pò. Non male.

E allora mi è presa la sbrusa di scriverti. Nel senso: occhio e fai bene i conti, ma bene, mi raccomando. Quanto puoi spostare nelle tue condizioni: il 5-7%? Stando ai sondaggi (ma tu ne avrai di più precisi) potrebbe bastare? E quanti ne riesci a mobilitare all’ultimo momento? E la tua ennesima discesa in campo farà scappare qualcuno dal sì? Riuscirai a compensare la loro fuga?

Perché poi basta un niente e voilà: ti ritrovi proiettato nell’olimpo dei padri, di coloro che hanno cambiato le cose. Per un po’ farai ombra a Matteo, potrai vedere i tuoi coetanei dall’altra parte della barricata ritirarsi con la coda fra le gambe e la scopa infilata lì. Dopo che per tanti anni ti hanno ostacolato, sbeffeggiato, invidiato e attaccato. Pensaci, Silvio, che tanto nessuno ci crede che voterai no.

E poi tutti giù a dire che la tua è stata una tattica eccezionale, che mica era vero che stavi male, che per mesi hai giocato di sponda dimostrando tutta l’intuizione di un Churchill e la strategia di un Eisenhower. Potrai trattare Matteo come un figlioccio, ripagarlo con la stessa moneta (più interessi) della mancata presidenza della repubblica, mentre la sua parte lo tratterà da doppiogiochista per mesi.

Potresti poi fare la pace con Angelino, ritrovare il tuo amico Marcello Pera e Denis Verdini. Certo, devi tagliare con Matteo, l’altro intendo, Salvini. Ma davvero credi che possa andare lontano quello? Appena lo mettono a governare anche solo il comune di Somma Lombarda, lo sai, sbrocca. E poi cosa pensi? Vuoi rimanere a vedere il tuo partito languire al 12% dietro la Lega, tallonato da Fratelli d’Italia? Vuoi davvero lasciare il ruolo dell’uno contro tutti a Renzi, quello dell’anti5stelle a un boyscout toscano? Sai poi quanti ti dovranno ringraziare pubblicamente in Europa per aver spostato l’asticella anche solo di uno 0,1% verso il sì? Alcuni addirittura diranno pubblicamente “mi ero sbagliato sul conto di Berlusconi”.

Insomma, caro Silvio, non so, ma io ci penserei. Poi vedi tu.

Solo che adesso scusami ma devo andare, mi fa ancora male la testa, e al pronto soccorso l’altro giorno mi hanno detto che ho bisogno di riposo. Senti, un abbraccio, e ci vediamo presto. Il 5 dicembre in Parlamento, al più tardi.

Saluti
Luca

Lo psicovoto è servito

Dal dopo Trump in poi alcuni parlano di bolle, altri di camere d’eco. Google e Facebook sono stati accusati proprio di questo. Di aver agevolato un candidato o l’altro durante le presidenziali americane, creando ambienti a compartimenti stagni impedendo così la libera circolazione di opinioni diverse e di fatti incontrovertibili.

E’ un problema serio. Più in generale ha a che fare con gli algoritmi utilizzati per restituire i risultati di una ricerca. Google era stato accusato anni fa della stessa cosa senza in quel caso alcun riferimento a un’elezione.

Come funzionano le camere d’eco?

Venendo a noi, a questi giorni di referendum, chi produce elementi riconducibili a una delle due parti, al sì o al no, subisce probabilmente lo stesso destino di chi, visitando un sito di acquisti, dopo pochi minuti si vede comparire le pubblicità di prodotti simili a quelli appena consultati quando naviga su altri siti. Il meccanisco è relativamente semplice: la nostra navigazione è tracciata. I grandi colossi conoscono dove andiamo, cosa visitiamo, quando e per quanto tempo. I dati così raccolti vengono elaborati e contribuiscono a creare un nostro profilo commerciale sulla base del quale altri servizi degli stessi colossi sfruttano e tengono in considerazione al fine di rifilarci questa o quella promozione. Il punto centrale è che possiedono un nostro profilo, basato sui nostri gusti, le nostre scelte, il nostro comportamento online ed evitano quindi di suggerirci incontri sgraditi.

Il marketing c’entra fino a certo punto. Serve per elaborare schemi, regole, obiettivi, ma in realtà questo tipo di meccanismo segue un comportamento presente anche nella vita reale. Quello di chi cerca conferme, validazioni delle proprie scelte, e molto più rararamente il confronto con idee diverse, contrarie alle proprie, che potrebbero rimettere in discussione le nostre cosiddette certezze. Se lo facciamo nella vita reale, quindi, non vedo perché i programmatori dovrebbero elaborare uno schema diverso in quella virtuale. Se infatti ci accorgessimo che il contesto in cui navigiamo è poco familiare o addirittura ostile ci porremmo qualche domanda o comunque saremmo spinti ad abbanondare la navigazione e a cercare altro altrove. Cosa che i promotori di servizi online evitano accuratamente che succeda. Al contrario non ci poniamo (purtroppo) domande quando invece il contesto ci è familiare, quando – abusando di un termine pedagogico – ci trovaimo nella nostra “zona di prossimità ottimale”.

Il problema è che quello online è un contesto artificiale, cioè ricostruito da altri, e non di un contesto naturale. E’ pianificato alle nostre spalle secondo algoritmi comportamentali suscettibili ogni giorno di modifche e soprattutto di manipolazioni. E questo pone delle domande: con quali intenzioni? Con che scopo? Fino a che punto? Cosa viene taciuto? Cosa invece viene messo in primo piano e perché? Il dubbio è che queste camere d’eco riducano gli attriti, i conflitti, le differenze, e quindi facciano del nostro profilo (per quanto ad ogni navigazione rinnovato e aggiornato) la nostra identità compiuta. Ciò che siamo online, allora, diventa un alter ego alla nostra reale identità. E alla fine abbiamo a che fare con due o più “io” che si sovrappongono alterandosi vicendevolmente.

Le camere d’eco, vaso delle post-verità

Insieme al concetto di “camere d’eco”, infatti, è recentemente balzato alle cronache anche quello di “post-verità” ossia la circostanza in cui i fatti oggettivi contano meno dei fattori emotivi nel formare le opinioni. Detto in altri termini: dove la narrativa batte i fatti. E lo si fa inanellando menzogne con un certa, apparente, logica; ripetendo imprecisazioni al ritmo di mantra indiscutibili, adottando il buon senso comune come punto a capo di ogni discussione, schermata-2016-11-22-alle-13-06-55sostenendo il tutto con una retorica più o meno convincente. A questo gioco si prestano talvolta anche alcuni giornali non solo le migliaia di blogger, o gli utenti facebook, i commentatori, webeti o napalm51 che dir si voglia (che a dire il vero possono al limite farlo non avendo un ruolo da intermediari riconsociuto come i giornalisti). Paradossalmente uno dei giornali che lo fa più spesso è proprio “Il Fatto”, parola magica che spesso tradisce invece una propaganda narrativa: il racconto di una società allo specchio con le proprie mezze verità che grida in piazza “Vogliamo Barabba”.

Esempi:

  • Dire che il presidente del consiglio, Matteo Renzi, non è legittimato perché non è passato da elezioni, insomma, perché nessuno lo ha eletto, è una menzogna. Ma ormai sembra essere diventata una verità incontrovertibile, che rimbalza dal Web agli studi televisivi fin sui giornali. Ma. L’Italia è una Repubblica parlamentare. Il presidente del consiglio è legittimo se il presidente lo nomina e il parlamento gli/le conferisce una maggioranza. Il fatto che (solo negli ultimi 10 anni) partiti o coalizioni abbiano indicato il loro presidente del consiglio in pectore durante la campagna elettorale non significa che l’Italia abbia adottato il premierato. Il fatto che Renzi non sia un parlamentare ma possa diventare premier, anche questo è previsto. Da qui a dire che l’attuale presidente del consiglio è illegittimo, quindi, ne passa.
  • Dire che il Senato non sarà più una camera elettiva è una mezza verità. Anche in questo caso sembra una convinzione diffusissima. Il Senato, invece, continuerà ad essere eletto dai cittadini. La riforma rinvia infatti a una legge successiva (che potrà essere discussa e approvata solo dopo la vittoria del Sì, necessaria perché la riforma sia efficace) in base alla quale i senatori saranno eletti dai consigli regionali, ma “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”. Questo significa che la rosa dei candidati sarà determinata dal voto degli elettori e, all’interno di questa rosa scelta dagli elettori, i consigli regionali eleggeranno i loro. Questa elezione di secondo grado non è appunto un’elezione diretta. Ma per molti questo sembra sufficiente per dire che il Senato non sarà eletto dai cittadini, che addirittura si tratterebbe di una sottrazione di diritti e di democrazia. Chi ha scritto il testo lo spiega così.
  • La riforma cambia un terzo della Costituzione.  Un’imprecisione propagandistica. Gli articoli modificati sono in realtà una ventina e non 48 come si tende a leggere in giro. Il restante sono articoli che cambiano formalmente per via delle modifiche adottate in quella ventina di articoli di cui sopra.

Solo per fare qualche esempio.

Lotta alle élite, la comparsa di un corpo intermediato

Imprecisioni, semiverità o menzogne alla base delle bufale e controbufale che vanno tanto di moda online (e purtroppo anche su alcune trasmissioni o testate giornalistiche). Che spingono gli uni e gli altri, fautori di una o dell’altra parte, a rincorrersi, a correggeresi vicendevolamente, alimentando di fatto una narrazione che confonde, esaspera e disorienta.

L’indebolimento infine dei corpi intermedi deputati a fissare i punti cardine di un discorso lineare come i giornali, i giornalisti o i commentatori sta facendo il resto.

Riassumendo: da quando il nostro comportamento online è riconducibile a un preciso profilo pubblico-privato custodito dai social media, il Web si è venuto articolandosi in camere d’eco più o meno grandi o più o meno profonde, sempre più omogenee e sempre meno pemeabili. La marginalizzazione delle classiche mediazioni e la nascita di nuove forme di disintermediazione hanno permesso poi e tuttora permettono la costruzione di una narrativa à la carte. Dove le  imprecisioni, finanche le bugie, si sommano una all’altra auto-inverandosi, fino ad assumere il peso di una valanga emotiva che tutto travolge, confonde, e riformula. Trasformando menzogne in verità leofilizzate per la lattante opinione pubblica.

to be continued

Ma cos’è questa storia dell’articolo 70?

Semplice, semplice. Senza giri di parola, perché mica per ogni cosa bisogna fare una solfa infinita. L’articolo 70 dell’attuale Costituzione e della riforma in votazione il 4 dicembre descrive chi esercita la funzione legislativa, cioè chi fa le leggi.

Nella Costituzione in vigore l’articolo 70 recita:

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere.

In quella nuova:

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma.

Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti. I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti. Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati

E tu mi dirai: eccheccazzo. Solo nove parole in un caso e una spataffiata incomprensibile nell’altro.

Adesso però chiudi gli occhi e prendi fiato. Il tuo numero di cazzate quotidiane lo hai appena esaurito.

Perché se anche tu ti credi Steve Jobs e pensi di poter rimandare il contratto al mittente, cioè all’IBM nel caso di Jobs, con la supponenza di chi dice al gigante dell’informatica “io un contratto con più di un foglio non lo firmo” sei libero di farlo. La propaganda sta lì apposta per aiutarti a sentirti anche fico mentro lo fai. Ma qui stiamo parlando della Costituzione e di una cosa semplice semplice che si chiama logica.

Prova a ragionare insieme a me e ripeti: se due cose fanno la stessa cosa, una volta che hai descritto cosa fanno ti basterà dire che la seconda fa lo stesso che fa la prima, no? Ecco, è quello che succede nell’attuale Costituzione. Se invece vuoi che la seconda cosa faccia delle cose che la prima non fa, o ne faccia meno, o queste e quelle le faccia diversamente, beh, mi spiace ma ti toccherà dire come, cosa e quando farà le cose che deve fare.

Ecco, basta. Se proprio proprio, a questo punto, parliamo di cosa fa e non fa il Senato, se sia giusto, funzionale, adeguato o no. Ma per cortesia basta con sta storia dell’articolo 70 più o meno lungo, di quanto è scritto male, fumo negli occhi di cui nessuno ha bisogno. Grazie.

La riforma? Forse anche anche, ma il sistema elettorale mai e poi mai!

Ci sarai incappato anche tu, prima o poi ci si incappa ogni volta che si vuole discutere del referendum costituzionale. Il problema, insomma, sarebbe l’Italicum. Ovvero quel nuovo sistema elettorale votato con la fiducia dal parlamento con cui verrebbero eletti i deputati alla Camera. Il condizionale è d’obbligo. Mancano ancora alcuni dettagli per capire come funzionerà la nuova legge elettorale. Un accordo fra maggioranza e minoranza PD è stato inoltre trovato per modificarlo. La corte costituzionale, poi, si deve ancora pronuciare sulla costituzionalità (dubbia) dell’Italicum. E lo farà dopo il referendum. Quello che però sembra certo è che qualsiasi cosa accada nelle prossime settimane, alle prossime elezioni politiche non si voterà con l’Italicum.

Ma allora?

Aspetta. Partiamo da capo. L’Italicum è stato voluto e sostenuto soprattutto da PD e Forza Italia all’inizio, poi Forza Italia si è sfilata. E’ stato infine votato da PD, NCD, UDC, SC, CD, PSI, MAIE. Ed è attualmente già in vigore. Non voteremo insomma sull’Italicum il 4 dicembre perché è già legge.

Vabbé, e cosa prevede sto benedetto Italicum?

Secondo questo nuovo sistema elettorale il partito che vince le elezioni si porta a casa (o meglio alla Camera) 340 deputati, l’opposizione i restanti 290. E questo in funzione di un premio di maggioranza per chi vince. In parole povere: chi arriva prima viene premiato con 50 seggi in più alla Camera, ovvero col 55% sul totale dei seggi.

Ma poiché il nuovo Senato – passasse la riforma – non viene più eletto direttamente dai cittadini (ma semmai attraverso una loro indicazione al momento delle elezioni comunali e regionali), e visto che i senatori avranno meno poteri, il fatto che una lista o un partito invece ottenga alla Camera una maggioranza di 50 seggi in più rispetto alle opposizioni, spaventa molti. Qualcuno parla addirittura di rischio di deriva autoritaria.

E tu dirai: ma se alla fine non voteremo con l’Italicum come ci hai detto all’inizio che senso ha questa discussione? Beh. Per molti del fronte del no votare “no” significa proprio essere sicuri che di Italicum non se ne parlerà più. Il “no” travolgerebbe l’Italicum una volta per tutte costringendo il parlamento a riformularlo se non addirittura a riscrivere una nuova legge elettorale o ancora ad andare a votare con un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale (così come è successo per il defunto Porcellum, il sistema elettorale che avevamo prima, dichiarato incostituzionale dalla Consulta e dalla Consulta sostituito di fatto con un proporzionale detto Consultellum). Ti chiederai perché?

Perché, in attesa della sentenza della corte costituzionale sull’Italicum, se vincesse il no, il Senato e la Camera rimarrebbero in piedi così come sono. Il Senato verrebbe eletto con il Consultellum (l’Italicum si applica solo alla Camera). E si avrebbero dunque due sistemi diversi per due camere con pari diritti. Una situazione che difficilmente la Consulta approverebbe. Per non parlare del fatto che il principale sostenitore della riforma, il PD, uscirebbe con le ossa rotte all’indomani del 4 dicembre e quindi si troverebbe politicamente costretto a modificare la legge elettorale (cosa che per altro ha già annunciato voler fare con l’accordo con la minoranza dem) o ad andare a elezioni secondo quanto detterà la Consulta.

Se vincesse il sì, invece – sostiene il fronte del no – non si avrebbe la certezza di una modifica radicale dell’Italicum, tuttalpiù una sua revisione, che però andrebbe comunque (ri)negoziata ulteriormente senza più avere tuttavia in mano la carta del referendum costituzionale da giocare. Per il PD di Renzi la strada sarebbe in discesa e la scelta spetterebbe a lui, Consulta permettendo.

Riassumendo: uno dei principali motivi per votare no alla riforma, secondo molti, è quello di uccidere nella culla il nuovo (ma a dire il vero già moribondo) sistema elettorale, detto Italicum. Una legge pensata per garantire la governabilità ma che molti considerano eccessiva soprattutto in considerazione del fatto che il Senato non fungerebbe più da camera di compensazione per le eventuali stronzate che la Camera potrebbe fare, poteva fare o ha fatto nel passato.

Rimane un ultimo dubbio che ti lascio come riflessione

Nel 2008, alle elezioni politiche, Berlusconi vinse con Il Popolo della Libertà ottenendo il 46,31 % dei suffragi. In vigore c’era il Porcellum (quella legge elettorale poi definita incostituzionale dalla Consulta).

Berlusconi si portò alla Camera 344 deputati e 174 senatori al Senato. Quattro deputati in più rispetto a quanto si porterebbe il vincitore con l’Italicum (di seguito le tabelle precise dei voti). Fu dunque l’esistenza di un Senato eletto e paritario a impedire l’eventuale deriva autoritaria? O il fatto che non era un partito ma una coalizione quella che vinse le elezioni? E il fatto che sia un partito, secondo l’Italicum, a vincere, siamo sicuri che al suo interno non ci possano essere divergenze di opinione e di scelte come avvenne nella legislatura vinta da Berlusconi? Lo spauracchio della deriva autoritaria non nasconde forse l’annosa, costante, e anche un po’ pelosa e spasmodita attenzione che i partiti hanno sempre dimostrato nei confronti di ogni sistema elettorale? Ovvero quel sistema che garantisce loro e ai propri parlamentari di essere eletti? In che rapporto dovrebbero stare “governabilità” e “partecipazione” nella composizione delle camere?

Ma soprattutto, se l’Italicum è destinato ad essere modificato se non addirittura sostituito, cosa c’entra con la riforma elettorale? Perché questo – non so tu – è il mio unico vero dubbio o semi certezza. Se vuoi votare no perché non ti piace la riforma, prego, vieni avanti, ma se vuoi votare no per abolire l’Italicum anche se alla fine la riforma non ti dispiace. Beh. Tanto di Italicum così com’è non se parlerà più, comunque vada.

Camera (elezioni 2008)

Lista Seggi
Il Popolo della Libertà
Lega Nord
Movimento per l’Autonomia
Totale Coalizione di centro-destra
276
60
8
344
Partito Democratico
Italia dei Valori
Autonomie Liberté Démocratie
Totale Coalizione di centro-sinistra
217
29
1
247
Unione di Centro 36
Südtiroler Volkspartei 2
Movimento Associativo Italiani all’Estero 1
Totale 630

Senato (elezioni 2008)

Lista Seggi
Il Popolo della Libertà
Lega Nord[138]
Movimento per l’Autonomia
Totale Coalizione di centro-destra
146
26
2
174
Partito Democratico[139]
Italia dei Valori
Totale Coalizione di centro-sinistra
119
14
133
Unione di Centro 3
Südtiroler Volkspartei[122] 3
Vallée d’Aoste 1
Movimento Associativo Italiani all’Estero 1
Totale 315