Caro Bersani

Ho avuto modo di ascoltarla ieri sera alla trasmissione Otto e Mezzo. Cosa vuole che le dica? Lei è persona per bene. Ma proprio non si capisce quando parla. La chiarezza non è mai stato il suo forte, la passione politica, quella, certamente sì. Ma a me è parso che fosse un po’ confuso. Un po’ più del solito.

Riassumendo lei dice: il progetto politico di Renzi snatura il PD e rischia di spalancare le porte a una destra reazionaria e regressiva che sta montando non solo in Italia, ma anche in Europa. Meglio sarebbe ricostruire un centro sinistra alternativo alla destra con un occhio ai Cinque stelle.

Paolo Mieli le ha fatto gentilmente notare che questo progetto, che lei ripete da sempre, lei lo ha già tentato. Mi spiace ricordarglielo (so che non se lo può certo scordare), ma lei ha “vinto” le elezioni del 2013 con una manciata di voti facendosi raggiungere nell’ultimo mese da un Berlusconi che pareva in agonia. Successivamente si è trovato a non poter formare un governo, non è nemmeno riuscito a far eleggere un presidente della Repubblica. Franco Marini e Romano Prodi sono stati letteralmente impallinati. Ci scommetto con suo sommo scorno. Insomma, il suo tentativo è fallito. Sulle ragioni di questo fallimento, però, nemmeno una parola. Anzi, persevera.

Di più. Confessa laconicamente a fine trasmissione che comunque vada, il 4 dicembre, non sarà un successo. Il suo capolavoro politico sta forse tutto qui: non individuare un’alternativa politica valida (visto che quella che lei hai individuato, cercato di mettere in pratica, e che ripete fino alla nausea, ha fallito), e in compenso puntare dritto verso il muro.

Lei lo sa, in cuor suo, e per questo si aggirava nello studio di Otto e mezzo – a me pareva – fra le sue consuete metafore, interminabili incisi e scatti in avanti, come un uomo politico in trappola. Che ha come unica bussola, la propria consapevolezza di agire in buona fede. Non crede sia legittimo da parte di un cittadino aspettarsi qualcosina di più della buona fede?

 

Caro Massimo,

E’ un fatto. Sul perché Massimo, tu sia tornato alla ribalta del discorso politico non ci sono dubbi. A prescindere dalle ragioni del referendum.

Ma due sono le lezioni che possiamo trarre da questi pochi anni di un partito (quello democratico) che dice di voler aspirare a governare il paese. La prima: il PD a trazione Ds è un fallimento a livello nazionale, ma riscuote un discreto successo alle amministrative. Quello a trazione Margherita un successo a livello nazionale, un gregario a livello locale. La seconda: fra queste due componenti, ancora una volta, è battaglia.

Ma partiamo dai fondamentali. In principio fu il primo segretario del nuovo partito democratico, Walter Veltroni, ad innescare la crisi del secondo governo Prodi (Margherita). Così come il duo Bertinotti-D’Alema aveva innescato quella del primo governo Prodi nel 1998 (ma allora si parlava di PD solo nei convegni, era il tempo dell’Ulivo).

Nel 1998 il PD riuscì nel magico e strabiliante compito di affondare un proprio governo e rinsaldare il campo avversario (l’allora Casa della Libertà era in nel caos più completo).

Alle elezioni politiche del 2008, infatti, PD e Italia dei Valori raccoglieranno complessivamente il 37,546% dei consensi alla Camera, contro il 46,811% della coalizione Il Popolo della Libertà, Lega Nord e Movimento per l’Autonomia; il 38,010% al Senato, contro il 47,320% della coalizione avversaria.

Via Veltroni, tocca a Dario Franceschini (ex Margherita) come segretario del partito. Una segreteria di transizione, col compito di portare il partito alle elezioni Europee e al Congresso di autunno. Un mandato quindi ridotto.

Alle elezioni europee il PD ottiene il 26,1% dei voti, perdendo circa il 5% dei consensi rispetto alle politiche del 2008. Deludente. Ma non quanto basta perché Dario Franceschini non decida di presentarsi alle primarie del PD come segretario del partito. Alla fine i candidati sono: Pier Luigi Bersani (appoggiato da Massimo D’Alema), Dario Franceschini e Ignazio Marino. Pier Luigi Bersani ottiene il 55,13% dei voti, seguito da Dario Franceschini col 36,95% e da Ignazio Marino col 7,92%.

Il PD perde pezzi, però, sotto la segreteria Bersani. Francesco Rutelli fonda l’associazione Cambiamento e Buongoverno insieme a Massimo Cacciari, Giuliano da Empoli, Lorenzo Dellai, Linda Lanzillotta, Vilma Mazzocco, Roberto Mazzotta, Andrea Mondello, Bruno Tabacci, Elvio Ubaldi e Giuseppe Vita. Il baricentro del partito si sposta a sinistra. Poco dopo lascia il PD anche il Movimento Repubblicani Europei di Luciana Sbarbati.

Privato delle sue componenti “centriste” il PD di Bersani cerca un’alleanza esterna con l’Udc di Pierferdinando Casini a livello nazionale, mentre per le amministrative del 2011 si propone con Sel e Italia dei valori. Netta la rivincita della coalizione di centro-sinistra in molte delle città chiamate alle urne; analogo esito nelle provincie, dove il PD e i suoi alleati registrano la vittoria in sette province su undici. Vince infine i quattro quesiti referendari del 2011.

Una strategia che però a livello nazionale lo porta a sostenere il governo Monti. Una situazione che crea non pochi malumori all’interno del partito democratico.

A novembre 2012 si celebrano le primarie del PD per la scelta del nuovo leader del centro-sinistra. Al primo turno, il 25 novembre 2012, si presentano cinque candidati:

  • Pier Luigi Bersani (PD): deputato e segretario del PD, ex presidente della Regione Emilia-Romagna ed ex ministro;
  • Laura Puppato (PD): consigliere della Regione Veneto, ex sindaco di Montebelluna;
  • Matteo Renzi (PD): sindaco di Firenze, ex presidente della Provincia di Firenze;
  • Bruno Tabacci (ApI): deputato e assessore al Comune di Milano, ex presidente della Regione Lombardia;
  • Nichi Vendola (SEL): presidente della Regione Puglia, ex deputato.

Nessuno raggiunge il 50%+1 dei voti, pertanto il 2 dicembre successivo si va al ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti, ossia Pier Luigi Bersani, segretario del PD, e Matteo Renzi, anch’egli del PD e sindaco di Firenze. Al termine del ballottaggio Bersani risulta vincitore con oltre il 60% dei voti contro il 39% di Renzi; è Bersani dunque il candidato del centro-sinistra alla Presidenza del Consiglio dei ministri nelle consultazioni politiche del febbraio 2013.

E qui si celbra il capolavoro del PD. In netto vantaggio su Berlusconi e su un Popolo della Libertà in agonia, il PD di Bersani e alleati (Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, Partito Socialista Italiano, Centro Democratico) vincono le elezioni di pochissimi voti:

Leader Pier Luigi
Bersani[1]
Silvio
Berlusconi
Beppe
Grillo
Partito Partito Democratico Il Popolo
della Libertà
Movimento
5 Stelle
Coalizione Italia.
Bene Comune
Coalizione
di centro-destra
Nessuna
Voti 10 353 275
29,55 %
10 074 109
29,18 %
8 797 902
25,56 %

Nessuno vede arrivare l’onda grillina che travolge destra e sinistra mandando per aria tutti i piani di Bersani. Lui, si dimetterà il 19 aprile 2013, dopo la mancata elezione di Franco Marini e Romano Prodi a Presidente della Repubblica.

In seguito alle dimissioni di Pier Luigi Bersani, l’11 maggio 2013, Guglielmo Epifani viene eletto nuovo segretario dall’assemblea del partito con 458 voti, pari all’85,8% dei voti validi, su 534. Altro mandato ridotto, con il compito di arrivare alle primarie per il segretario del partito che si svolgeranno a fine anno mentre al governo c’è Enrico Letta.

A dicembre, Matteo Renzi sbanca le primarie:

Candidati Matteo Renzi Gianni Cuperlo Giuseppe Civati
Voti 1 895 332
67,55 %
510 970
18,21 %
399 473
14,24 %

Due mesi dopo, il 13 febbraio 2014, Enrico Letta viene sfiduciato da una mozione di Matteo Renzi nella Direzione Nazionale del Partito Democratico, con un documento in cui si chiedeva un cambio dell’esecutivo; Letta si dimette il giorno dopo. Il 17 febbraio seguente Renzi riceve l’incarico dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di formare un nuovo “governo di larghe intese”.

Ed eccoci qui, oggi, con le due anime del PD che si danno battaglia. Ancora. E ancora tu: Bersani-D’Alema da un lato e Renzi dall’altro. Con la sola differenza che Renzi non è più un ex margherita. E’ un PD: il cinismo Ds (vedi sfiducia a Letta) e l’astuzia democristiana in un unico leader. Basterà?