Yeah, well, you know… that is just like your opinion, man

Abbiamo tutti raccontato in queste settimane e in questi mesi l’Italia che ognuno di noi viveva o che avrebbe voluto vivere. Ognuno spingendoci non poche volte al di là della verità. Lo abbiamo fatto per passione quando va bene o per interessi di bottega se va male. Comunque sia lo abbiamo fatto.

Sullo sfondo la nostra vita quotidiana che in questi anni per alcuni è migliorata e per altri è peggiorata ma che di fatto ha determinato la cornice della nostra scelta dentro l’urna.

Oggi, a seggi chiusi, tento un pronostico. Ad imperitura memoria:

  1. vincerà il no
  2. elezioni anticipate, dove il M5S andrà oltre il 30% (ecco il perché del no del M5S)
  3. al PD toccherà crollare sotto il 20% (ecco il perché del no di Forza Italia)
  4. sfaldamento del centro e contestuale polarizzazione verso gli estremi (ecco il perché del no di certa sinistra e di certa destra)
  5. di riforme costituzionali se ne riparlerà non prima di 5 anni (ecco il perché del no dei vecchi della politica)
  6. L’Unione europea così come l’abbiamo conosciuta si sfalderà (ecco il perché del no di Lega e M5S e di certa destra)

Ma comunque ancora per qualche tempo sorgerà il sole.

Saluti
Luca

PS: potrei anche sbagliarmi.

 

Il 4 dicembre e la Brexit

– Sì, ma che c’entra uno con l’altro?
– Sono due referendum.
– Vabbé, ma mica basta dire che sono due referendum per confrontarli e poi si dice referenda, semmai.
– Entrambi pongono al centro la questione dell’identità del proprio paese, rispetto a sé e rispetto agli altri.
– Un poco troppo generico non trovi?
– No, non capita spesso. E’ piuttosto raro.
– Sì, ma cosa c’entra il Regno Unito con l’Italia? Sono due paesi completamente diversi.
– Non così tanto per peso demografico, politico ed economico. E poi fanno entrambi parte di un continente in cui soffiano venti che ignorano i confini…

Ad alcuni non basterà. Ma tant’é. Confrontare queste due votazioni nasce da un’intuizione: ci sarebbero infatti un fil rouge politico che lega la riforma Renzi-Boschi alla Brexit.

– Ma è pura propaganda quella che fai! Altro che intuizione! Come a dire: il voto a favore della Brexit ha qualcosa in comune con il no al referendum e se avete trovato assurdo e pericolosissimo il primo evitate il secondo.
– Ma guarda che vale anche il contrario: se hai trovato giusto il voto contro l’Unione europea, potresti trovare altrettanto giusto il no al referendum, così per lo meno la pensa Salvini.

Da dove partiamo allora? Il 22 ottobre scorso Massimo D’Alema dixit.

E’ un  po’ come in occasione della Brexit. Quando i giovani votarono per l’Europa e gli anziani votarono contro. Sono gli anziani che non si rendono conto che, approvando questa riforma renziana, si rovina la vita dei loro nipoti. E io spero che i nipoti facciano in tempo a farglielo capire”.

Punto primo. I giovani britannici votarono infatti in larga parte per rimanere nell’Unione; i giovani italiani voterebbero infine prevalentemente contro la riforma.

– Scusa, ma questo dimostra che l’elettorato pro Brexit è vecchio, come quello che sostiene la riforma?
– Esatto. Vedremo però il 5 dicembre, analisi alla mano piu’ nel dettaglio. Perché bisogna stare attenti a quando si dice giovani e all’affluenza…
– Cioè?
– Diciamo che il 5 dicembre dovremmo tenere presente questo grafico e lo confronteremo, ma soprattutto dovremmo vedere la percentuale di giovani che si sono recati alle urne. Non basterà infatti dire che l’x per cento dei votanti giovani hanno preferito y, ma sarà fondamentale capire l’astensione giovanile.

Come ha votato la Gran Bretagna

Punto secondo. Il livello scolastico. Più l’elettore o l’elettrice ha un grado di educazione scolastica elevato e più ha votato per rimanere in Europa. E come si sta comportando questa particolare fetta della popolazione di fronte al referendum costituzionale? Secondo l’Atlante politico di Ilvo Diamanti più cresce il livello di istruzione e più si tende a votare no.

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Punto terzo. L’effetto anti-establishment. Per molti sostenitori della Brexit Bruxelles rappresentava l’élite, i burocrati, i politicanti. Poi c’erano i conservatori di David Cameron, i liberali, i laburisti (almeno ufficialmente), tutti contro la Brexit, a rafforzare questa impressione. Lo schema era dunque chiaro. Chi sedeva da tempo nella stanza dei bottoni voleva rimanere in Europa, chi non vi era nemmeno mai entrato era contro (vedi l’Ukip, il partito che più di ogni altro ha sostenuto l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e che, malgrado i consensi, poteva contare su un solo seggio al parlamento britannico).

In Italia, la presenza del Movimento 5 Stelle tra i sostenitori del no spinge a far pensare che il fronte anti-riforma incarni quello anti-establishment.

Contro la casta si è schierata però anche la Lega e Matteo Salvini, anch’egli per il no. Lui non è tuttavia un volto nuovo: eurodeputato nel 2004, poi deputato alla Camera nel 2008 e oggi di nuovo parlamentare europeo. Da 12 anni, insomma, Salvini siede ai massimi livelli e ora è segretario di un partito che sta sulla scena dalla fine degli anni 80 e che ha partecipato a due governi Berlusconi. Ci sono poi vecchie conoscenze della politica italiana, della cosiddetta prima repubblica che si schierano apertamente per il no. Anti establishment lo fu anche (e in parte lo è tuttora)  Silvio Berlusconi, ufficialmente per il no.

A dire poi il vero Matteo Renzi governa dal 22 febbraio 2014, cioè da 2 anni e 9 mesi circa. Prima era noto come “il rottamatore”, un anti-establishment per definizione, soprattutto all’interno del proprio partito; a zavorrare la sua vena anti-casta non ci sono però solo questi due anni di governo, ma anche non pochi suoi compagni di strada a partire da Giorgio Napolitano; per non parlare delle grandi centrali dell’economia come Confindustria.

In conclusione, se da un lato in Gran Bretagna i due schieramenti erano più chiari. Pro e anti establishment si sono quindi suddivisi in pro e anti Europa, in Italia la cosa è un po’ più complicata.

E’ curioso notare, a questo punto, che nel caso della Brexit i due maggiori partiti (fra cui i Tories, dapprima promotore del referendum e poi sostenitore della causa del “Remain”) hanno visto il proprio elettorato tradire le indicazioni se non addirittura disertare le urne.

Brexit: il voto dentro ai partiti

Quasi il 60% dei conservatori ha infatti tradito le indicazioni di voto. Il partito tradizionalmente più filoeuropeista, ovvero il Labour, ha sostenuto la causa della Brexit con il quasi 40% dei propri simpatizzanti. Persino gli elettori del partito nazionale scozzese, noto per le sue posizioni contro Londra e pro Bruxelles, ha votato al 36% per la Brexit. Verdi e liberali sono gli unici ad attestarsi su percentuali in sintonia con la propria linea politica (anche se va detto, il 25% e il 30% dei contrari alla linea del partito non sono percentuali irrisorie).

Ora se guardiamo gli ultimi sondaggi dello stesso tipo ma sulla questione referendaria, almeno per ora, si nota un fenomeno simile, con l’eccezione dei principali partiti schierati pro o contro.

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Ad esclusione di PD, M5S e Lega, tutti gli altri partiti rischiano di avere spaccature più o meno evidenti fra i propri simpatizzanti. Da un lato la linea del partito, dall’altro quello che voterano i sostenitori del partito.

La sinistra? Qui, un paragone con la Brexit risulta più facile. La timidezza con cui il segretario Labour ha appoggiato l’adesione all’Unione europea va di pari passo con l’emoraggia dei voti laburisti verso la Brexit. Più esplicito, e forse non meno cospicuo è invece il numero di elettori di sinistra italiani che voterano contro la riforma.

Punto quarto. Città e campagna. Un classico. A favore della Brexit la campagna, contro le città. Sembra avvenga la stessa cosa in Italia. Con le città più riformatrici e la campagna più conservatrice. Vedremo.

Punto quinto. Sovranisti vs internazionalisti. Nuovi termini che però definiscono un fenomeno che esiste da mo’. Chi interpreta chi? Nel Regno Unito è facile capirlo. In Italia anche. I primi stanno nella maggior parte nel campo del no (M5S e Lega soprattutto), i secondi nel campo del sì (PD).

Appunti questi che vedremo di ripescare a urne chiuse e analisi dei flussi effettuati. Poi se volete ne riparliamo.

Caro Silvio

Sono appena tornato dall’ospedale, tutto bene. In camera però sono riuscito a vedere la tua comparsata a Porta a Porta. Silvio, non mi sembravi tu. Cosa ti è successo? Sembrava stessi recitando la parte di un altro.

Ma ti rendi conto che hai parlato di “deriva autoritaria”? Che questa riforma è un centesimo meno autoritaria di quella che proponevi tu? Per anni ti sei lamentato che il presidente del consiglio non ha poteri? Che non può fare nulla e adesso che si rafforza la manovra dell’esecutivo fai spallucce? Ma credi davvero di poter ritornare in pista in questo modo? Ti sapevo l’uomo dei fuochi d’artificio, ma così potrai a malapena accendere un cero, il 5 dicembre, sperando che qualcuno si ricordi di te da lì in poi…

E poi sta storia che le tue aziende votano sì, ma in realtà vorrebbero votare no, che poi nel segreto dell’urna sappiamo entrambi che votano quel cazzo che pare a loro. Sappiamo poi che votano “sì” perché hanno paura di ritorsioni…. ma credi davvero che vinca il sì? Piuttosto tu voti “no” o dici di farlo per  salvare le aziende! Visto che sembra vinca il no.

Silvio, non ti facevo così.

Comunque senti… ancora mi fa male un po’ la testa.. quindi stammi bene… e riguardati..

Saluti
Luca

Caro Silvio

Ti scrivo perché non più tardi di qualche giorno fa ho avuto un’epifania. Sta a vedere – mi son detto – che a pochi giorni dal 4 dicembre, Silvio se ne esce fuori con uno dei suoi coup de théâtre e a reti unificate spiazza tutti e dice che voterà sì. Sta a vedere.

Che poi basta dire che sei stato costretto a farlo per impedire ai populisti di rovinare l’Italia. E’ funzionato coi comunisti, ricordi?

Mi son detto, epperò, mica male. Non ci avevo pensato: così Silvio esce fuori dal letargo col botto, azzera ogni pretesa sul centro destra, e smerda i colonnelli in Forza Italia. Se poi gli va bene si prende anche la titolarità della riforma, lui, il quasi cofirmatario del testo che per un Mattarella qualsiasi si è messo nelle mani di Brunetta e non sa come dirgli che basta, si levi dai coglioni.

Pensa un pò. Non male.

E allora mi è presa la sbrusa di scriverti. Nel senso: occhio e fai bene i conti, ma bene, mi raccomando. Quanto puoi spostare nelle tue condizioni: il 5-7%? Stando ai sondaggi (ma tu ne avrai di più precisi) potrebbe bastare? E quanti ne riesci a mobilitare all’ultimo momento? E la tua ennesima discesa in campo farà scappare qualcuno dal sì? Riuscirai a compensare la loro fuga?

Perché poi basta un niente e voilà: ti ritrovi proiettato nell’olimpo dei padri, di coloro che hanno cambiato le cose. Per un po’ farai ombra a Matteo, potrai vedere i tuoi coetanei dall’altra parte della barricata ritirarsi con la coda fra le gambe e la scopa infilata lì. Dopo che per tanti anni ti hanno ostacolato, sbeffeggiato, invidiato e attaccato. Pensaci, Silvio, che tanto nessuno ci crede che voterai no.

E poi tutti giù a dire che la tua è stata una tattica eccezionale, che mica era vero che stavi male, che per mesi hai giocato di sponda dimostrando tutta l’intuizione di un Churchill e la strategia di un Eisenhower. Potrai trattare Matteo come un figlioccio, ripagarlo con la stessa moneta (più interessi) della mancata presidenza della repubblica, mentre la sua parte lo tratterà da doppiogiochista per mesi.

Potresti poi fare la pace con Angelino, ritrovare il tuo amico Marcello Pera e Denis Verdini. Certo, devi tagliare con Matteo, l’altro intendo, Salvini. Ma davvero credi che possa andare lontano quello? Appena lo mettono a governare anche solo il comune di Somma Lombarda, lo sai, sbrocca. E poi cosa pensi? Vuoi rimanere a vedere il tuo partito languire al 12% dietro la Lega, tallonato da Fratelli d’Italia? Vuoi davvero lasciare il ruolo dell’uno contro tutti a Renzi, quello dell’anti5stelle a un boyscout toscano? Sai poi quanti ti dovranno ringraziare pubblicamente in Europa per aver spostato l’asticella anche solo di uno 0,1% verso il sì? Alcuni addirittura diranno pubblicamente “mi ero sbagliato sul conto di Berlusconi”.

Insomma, caro Silvio, non so, ma io ci penserei. Poi vedi tu.

Solo che adesso scusami ma devo andare, mi fa ancora male la testa, e al pronto soccorso l’altro giorno mi hanno detto che ho bisogno di riposo. Senti, un abbraccio, e ci vediamo presto. Il 5 dicembre in Parlamento, al più tardi.

Saluti
Luca

Lo psicovoto è servito

Dal dopo Trump in poi alcuni parlano di bolle, altri di camere d’eco. Google e Facebook sono stati accusati proprio di questo. Di aver agevolato un candidato o l’altro durante le presidenziali americane, creando ambienti a compartimenti stagni impedendo così la libera circolazione di opinioni diverse e di fatti incontrovertibili.

E’ un problema serio. Più in generale ha a che fare con gli algoritmi utilizzati per restituire i risultati di una ricerca. Google era stato accusato anni fa della stessa cosa senza in quel caso alcun riferimento a un’elezione.

Come funzionano le camere d’eco?

Venendo a noi, a questi giorni di referendum, chi produce elementi riconducibili a una delle due parti, al sì o al no, subisce probabilmente lo stesso destino di chi, visitando un sito di acquisti, dopo pochi minuti si vede comparire le pubblicità di prodotti simili a quelli appena consultati quando naviga su altri siti. Il meccanisco è relativamente semplice: la nostra navigazione è tracciata. I grandi colossi conoscono dove andiamo, cosa visitiamo, quando e per quanto tempo. I dati così raccolti vengono elaborati e contribuiscono a creare un nostro profilo commerciale sulla base del quale altri servizi degli stessi colossi sfruttano e tengono in considerazione al fine di rifilarci questa o quella promozione. Il punto centrale è che possiedono un nostro profilo, basato sui nostri gusti, le nostre scelte, il nostro comportamento online ed evitano quindi di suggerirci incontri sgraditi.

Il marketing c’entra fino a certo punto. Serve per elaborare schemi, regole, obiettivi, ma in realtà questo tipo di meccanismo segue un comportamento presente anche nella vita reale. Quello di chi cerca conferme, validazioni delle proprie scelte, e molto più rararamente il confronto con idee diverse, contrarie alle proprie, che potrebbero rimettere in discussione le nostre cosiddette certezze. Se lo facciamo nella vita reale, quindi, non vedo perché i programmatori dovrebbero elaborare uno schema diverso in quella virtuale. Se infatti ci accorgessimo che il contesto in cui navigiamo è poco familiare o addirittura ostile ci porremmo qualche domanda o comunque saremmo spinti ad abbanondare la navigazione e a cercare altro altrove. Cosa che i promotori di servizi online evitano accuratamente che succeda. Al contrario non ci poniamo (purtroppo) domande quando invece il contesto ci è familiare, quando – abusando di un termine pedagogico – ci trovaimo nella nostra “zona di prossimità ottimale”.

Il problema è che quello online è un contesto artificiale, cioè ricostruito da altri, e non di un contesto naturale. E’ pianificato alle nostre spalle secondo algoritmi comportamentali suscettibili ogni giorno di modifche e soprattutto di manipolazioni. E questo pone delle domande: con quali intenzioni? Con che scopo? Fino a che punto? Cosa viene taciuto? Cosa invece viene messo in primo piano e perché? Il dubbio è che queste camere d’eco riducano gli attriti, i conflitti, le differenze, e quindi facciano del nostro profilo (per quanto ad ogni navigazione rinnovato e aggiornato) la nostra identità compiuta. Ciò che siamo online, allora, diventa un alter ego alla nostra reale identità. E alla fine abbiamo a che fare con due o più “io” che si sovrappongono alterandosi vicendevolmente.

Le camere d’eco, vaso delle post-verità

Insieme al concetto di “camere d’eco”, infatti, è recentemente balzato alle cronache anche quello di “post-verità” ossia la circostanza in cui i fatti oggettivi contano meno dei fattori emotivi nel formare le opinioni. Detto in altri termini: dove la narrativa batte i fatti. E lo si fa inanellando menzogne con un certa, apparente, logica; ripetendo imprecisazioni al ritmo di mantra indiscutibili, adottando il buon senso comune come punto a capo di ogni discussione, schermata-2016-11-22-alle-13-06-55sostenendo il tutto con una retorica più o meno convincente. A questo gioco si prestano talvolta anche alcuni giornali non solo le migliaia di blogger, o gli utenti facebook, i commentatori, webeti o napalm51 che dir si voglia (che a dire il vero possono al limite farlo non avendo un ruolo da intermediari riconsociuto come i giornalisti). Paradossalmente uno dei giornali che lo fa più spesso è proprio “Il Fatto”, parola magica che spesso tradisce invece una propaganda narrativa: il racconto di una società allo specchio con le proprie mezze verità che grida in piazza “Vogliamo Barabba”.

Esempi:

  • Dire che il presidente del consiglio, Matteo Renzi, non è legittimato perché non è passato da elezioni, insomma, perché nessuno lo ha eletto, è una menzogna. Ma ormai sembra essere diventata una verità incontrovertibile, che rimbalza dal Web agli studi televisivi fin sui giornali. Ma. L’Italia è una Repubblica parlamentare. Il presidente del consiglio è legittimo se il presidente lo nomina e il parlamento gli/le conferisce una maggioranza. Il fatto che (solo negli ultimi 10 anni) partiti o coalizioni abbiano indicato il loro presidente del consiglio in pectore durante la campagna elettorale non significa che l’Italia abbia adottato il premierato. Il fatto che Renzi non sia un parlamentare ma possa diventare premier, anche questo è previsto. Da qui a dire che l’attuale presidente del consiglio è illegittimo, quindi, ne passa.
  • Dire che il Senato non sarà più una camera elettiva è una mezza verità. Anche in questo caso sembra una convinzione diffusissima. Il Senato, invece, continuerà ad essere eletto dai cittadini. La riforma rinvia infatti a una legge successiva (che potrà essere discussa e approvata solo dopo la vittoria del Sì, necessaria perché la riforma sia efficace) in base alla quale i senatori saranno eletti dai consigli regionali, ma “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”. Questo significa che la rosa dei candidati sarà determinata dal voto degli elettori e, all’interno di questa rosa scelta dagli elettori, i consigli regionali eleggeranno i loro. Questa elezione di secondo grado non è appunto un’elezione diretta. Ma per molti questo sembra sufficiente per dire che il Senato non sarà eletto dai cittadini, che addirittura si tratterebbe di una sottrazione di diritti e di democrazia. Chi ha scritto il testo lo spiega così.
  • La riforma cambia un terzo della Costituzione.  Un’imprecisione propagandistica. Gli articoli modificati sono in realtà una ventina e non 48 come si tende a leggere in giro. Il restante sono articoli che cambiano formalmente per via delle modifiche adottate in quella ventina di articoli di cui sopra.

Solo per fare qualche esempio.

Lotta alle élite, la comparsa di un corpo intermediato

Imprecisioni, semiverità o menzogne alla base delle bufale e controbufale che vanno tanto di moda online (e purtroppo anche su alcune trasmissioni o testate giornalistiche). Che spingono gli uni e gli altri, fautori di una o dell’altra parte, a rincorrersi, a correggeresi vicendevolamente, alimentando di fatto una narrazione che confonde, esaspera e disorienta.

L’indebolimento infine dei corpi intermedi deputati a fissare i punti cardine di un discorso lineare come i giornali, i giornalisti o i commentatori sta facendo il resto.

Riassumendo: da quando il nostro comportamento online è riconducibile a un preciso profilo pubblico-privato custodito dai social media, il Web si è venuto articolandosi in camere d’eco più o meno grandi o più o meno profonde, sempre più omogenee e sempre meno pemeabili. La marginalizzazione delle classiche mediazioni e la nascita di nuove forme di disintermediazione hanno permesso poi e tuttora permettono la costruzione di una narrativa à la carte. Dove le  imprecisioni, finanche le bugie, si sommano una all’altra auto-inverandosi, fino ad assumere il peso di una valanga emotiva che tutto travolge, confonde, e riformula. Trasformando menzogne in verità leofilizzate per la lattante opinione pubblica.

to be continued