Gustavo Zagrebelsky

Dopo il 4 dicembre, il diluvio

Gent.mo professor Zagrebelsky,

ho finito ieri il suo libro “Loro diranno, noi diciamo” per cui la ringrazio. Fa chiarezza, ripercorre, ricostruisce e spiega le ragioni del no in modo chiarissimo.

Loro diranno, noi diciamo di Gustavo ZagrebelskyMi corregga se sbaglio, ma ho come l’impressione che, al di là dei punti critici, non chiari e potenzialmente distorsivi di questa riforma, ci sia un punto centrale che lei critica e che non smette di sottolineare lungo tutto il libro. Per semplicità dirò così: tutto l’iter, dai suoi albori fino ad oggi, è una sequela di forzature al limite se non in alcuni casi ben oltre il lecito.

Lei omette, ovviamente di approfondire i perché di tali forzature, e non per scorrettezza intellettuale, ma perché quello che la preoccupa principalmente è come sia stata scritta, proposta, discussa e votata questa riforma, più che il contenuto della stessa. Nel merito – come si suol dire di questi tempi – lei ci entra eccome, e puntualmente analizza e smonta. Non mancano, come ovvio che sia da parte di un costituzionalista, le critiche nel contenuto. A me pare, tuttavia, che se anche la riforma fosse ben scritta, ben calibrata, insomma, condivisibile, rimarrebbe il problema: questa riforma è stata promossa da un governo (orrore), e non da un’assemblea costituente; da un governo, espressione di un parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale (orrore, orrore); votata a botte di tagliole, canguri, sostituzioni in commissione, fughe in avanti, il tutto con presidenti delle Camere e della Repubblica consenzienti (orrore, orrore, orrore), e quindi senza un vero e proprio dibattito parlamentare (orrore, orrore, orrore e ancora orrore).

Giustamente lei ricorda più volte al lettore come si dovrebbe promuovere, discutere e votare una riforma costituzionale; su chi sarebbe meglio la promuovesse e spiega come da una genesi così maldestra e sbagliata non possa nascere qualcosa di buono.

Tutto vero e mi creda se le dico che i sostenitori del sì dovrebbero leggerlo il suo libro e dovrebbero farlo, urgentemente, prima del 4 dicembre.

Quello che mi chiedo, però, e che a questo punto le chiedo è: perché nessun gruppo parlamentare (penso soprattutto a chi ha fatto parte del fronte del no sin dal principio) non si è messo di traverso in modo netto e radicale? Se la genesi di questa riforma è così malsana e preoccupante perché non scendere in piazza? Insomma, parliamo della Costituzione! E invece tutti o quasi hanno collaborato o tentato di collaborare per portarla in porto. Persino i Cinquestelle (non tanto sulla riforma su cui avrebbero dovuto fare molto di più e di diverso stante le cose) si sono seduti intorno a un tavolo col governo per  discutere del sistema elettorale Italicum.

Professor Zagrebelsky, quello che lei descrive e spiega nel suo libro è al limite del golpe, del colpo di stato giuridico, se non proprio una violazione costituzionale. Possibile che nessuna opposizione si sia svegliata a tal punto da dire no e sin dall’inizio abbia detto così non si può fare, perchè comunque vada sarebbe un disastro? E nel caso vincesse il sì dobbiamo attenderci il diluvio? Infine perché, secondo lei, le forzature impresse dal governo sull’iter costituzionale, non hanno trovato quella resistenza che un golpe meriterebbe (oltre alla favola dei mille, diecimila, 82milion di emendamenti a quasi ogni passaggio in commissione o in aula)?

Una certa idea, professore, io me la sono fatta. Penso che lei descriva nel suo libro – e non può fare altrimenti – il mondo dei sogni, quello che succede nei libri, come in sostanza sarebbe dovuta andare. Ma che in Italia, come altrove, non sia possibile fare altrimenti se non forzando la mano. Che questa sia la cifra del nostro presente, soprattutto, incampace di rinnovarsi seguendo pedissequamente le regole a disposizione. Che il cambiamento in ambito politico, tanto diffuso quanto lo capisco pericoloso, che sta trasformando l’arte pubblica negli ultimi 20 anni sta proprio qui: un normale, legittimo, corretto processo riformatore non è possibile, vuoi per la velocità verso cui le nostre società sono spinte o vuoi per la qualità delle classi dirigenti come lei sostiene quando accusa la politica di mancanza di capacità e volontà. E’ una conclusione amara, la mia, può ben immaginarlo. Un autocritica allo stato di diritto, ma sopratutto alla sua classe dirigente che anche fra i suoi più alti e anziani rappresentanti (veda Bersani, D’Alema, Napolitano ecc..) balbetta sì, poi ni, poi no. Non sono certo entusiasta di questa riflessione, anzi, mi preoccupa enormemente, ma ho la strana sensazione che sia vera. E come tale, con questa verità bisogna fare i conti. Anche lei, in fondo, gentilissimo professore.

Cordiali saluti
Luca